DOPPIO INFERNO A GOLDENA!
Immagini per un romanzo
 
 

 

Anche affrontando il mondo delle nuvole parlanti, il creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, non si era liberato, da autentico “romanziere prestato al fumetto e mai più restituito”, della sua abitudine alla frase compiuta, particolarmene evocativa e ricca di descrizioni, ma, senza dubbio, poco adatta alla sintetica incisività del nuovissimo mezzo espressivo. Prima di abbandonare per sempre la sua naturale vocazione al feuilleton, nel 1951, G. L. mandò in edicola, pubblicato dalle Edizioni Audace, il suo ultimo romanzo, “Il massacro di Goldena” (il quarto, dopo “Le Tigri dell’Atlantico”, “I Fratelli del Silenzio” e “Il Crociato Nero”, usciti alla fine degli anni Trenta). Ne era protagonista Tex Willer, e raccontava di un baro, Jim Fraser che, colto in flagrante e consegnato da Tex agli abitanti del villaggio di Goldena, viene punito pubblicamente, a suon di scudisciate. Roso dal desiderio di vendetta, Fraser si allea con una banda di ferocissimi Apaches, assieme ai quali assalta e distrugge l'intero villaggio. Da quel momento in poi, il rinnegato non avrà più pace: Tex ha giurato di riacciuffarlo. E Tex non è certo un cacciatore che molla la sua preda...
Chi segue da poco tempo la saga di Aquila della Notte avrà riconosciuto, in questo breve riassunto, la trama di una delle più celebri, ma anche delle più drammatiche avventure a fumetti dell’inossidabile eroe bonelliano, riproposta, proprio in queste settimane, sui numeri 108 e 109 di Tex Nuova Ristampa, intitolati “Inferno a Robber City” e “Massacro!” . In effetti, nel 1969, diciotto anni dopo l’uscita del libro originale, Gianluigi Bonelli volle riadattare nel linguaggio dei comics una trama tanto drammatica e “cinematografica”, affidandone la realizzazione grafica al magico pennello di Giovanni Ticci. Del romanzo originale, oggi introvabile, vogliamo offrirvi qui sopra qualche piccolo “assaggio”, accompagnato dalle pittoriche, suggestive illustrazioni a mezza tinta eseguite, per l’occasione, più di mezzo secolo fa, da Aurelio Galleppini.