ATLANTE MAGICO
Settima tappa: Tassili (Algeria)
 
 

                                              

 

Non sono mai stato un buon alpinista e l'interminabile salita tra le rocce, sotto il sole del Sahara, mi era costata qualche litro di sudore e tanta, tantissima fatica. Uno degli asini "portatori", ancora più pigro di me, era fuggito giù per il canyon, in direzione dell'oasi di  Djanet,   portandosi  via  buona  parte  della  nostra

 

acqua. Razionammo il resto, per poter restare alcuni giorni sull'altopiano. Valeva  la  pena di soffrire un po', per ammirare le meraviglie del magico luogo noto come Tassili degli Adjer! Nel cuore del Sahara, intorno al massiccio montuoso centrale dell'Hoggar, si elevano grandi altopiani detti "Tassili", una parola tamascek (la lingua dei Tuareg) che significa "fiumi". In un passato immemorabile, il Sahara era umido e traversato da numerosi fiumi che scendevano dagli altopiani. Oggi, il viaggiatore che si avventura sui Tassili vede ancora i canyon tracciati dalla forza delle acque, gli antichi letti dei fiumi, può immaginare le cascate che si abbattevano lungo i salti di roccia: ma tutto è ormai silenzioso, asciutto, immobile. L'antica erosione delle acque ha foggiato le rocce tenere degli altopiani, scisti e arenarie, in forme fantastiche: pinnacoli, grotte,  tetti,  cavità, scalinate,  canali, ciclopiche  canne  d'organo  in pietra.  Quando  un acquazzone  si   rovescia

 

sul  Sahara, le acque  tornano a incanalarsi nei vecchi alvei, ruscellano lungo le pareti scolpite dall'erosione, e i Tassili diventano, per breve tempo, un mondo d'acqua in movimento. Il Tassili che prende nome dalla tribù Tuareg degli Adjer si eleva nelle vicinanze dell'oasi di Djanet. È uno degli altopiani più vasti e suggestivi. Nell'ombrosa gola di Tamrit, uno "uadi" (antico alveo di fiume) raccoglie e conserva preziosa acqua piovana nelle sue pozze rocciose, permettendo la sopravvivenza di un gruppo di solenni e verdi cipressi dai tronchi enormi e dai rami contorti, d'età più che millenaria. I cipressi di Tamrit sono ormai soltanto una quindicina. Nel 1933, quando il tenente dei "meharisti" (truppe cammellate) Brenans s'inoltrò in esplorazione nel Tassili degli Adjer, ne trovò dieci volte tanti. Settant'anni fa, il clima era meno arido di oggi, e sul Tassili vivevano ancora famiglie di pastori Tuareg con le loro capre; come abitazione usavano le numerose grotte, erigendo muretti di pietre per difendersi dal vento. Brenans pensò che quei ripari naturali dovevano essere stati usati a tale scopo fin dalla preistoria. E ne ebbe la prova. Sulle pareti rocciose sotto i tetti foggiati dall'erosione, scoprì disegni e pitture. Il meraviglioso Tassili gli aveva rivelato un'altra meraviglia, la più straordinaria. Brenans ammirò stupefatto una sfilata di uomini e donne di perfette proporzioni. C'erano anche animali: gazzelle, ippopotami, giraffe, elefanti, la prova che quei dipinti risalivano a tempi remotissimi, quando il Sahara non era ancora divenuto un deserto. Brenans mise a parte della sua scoperta l'esploratore e studioso Henri Lhote. Negli anni Cinquanta, dopo l'intervallo della Seconda Guerra Mondiale, Lhote allestì una grande spedizione, composta da entusiasti giovani pittori, che, nel giro di due duri anni trascorsi in quel mondo di sole e di pietra, ricopiò, studiò e catalogò i dipinti del Tassili. Lhote ne trovò migliaia, disseminati nelle "città" preistoriche (labirinti di pietra che paiono davvero città, con strade, piazze, porticati e torri!) di Sefar, Aouanrhet, Jabbaren. Gli affreschi preistorici, dipinti tra i diecimila e i quattromila anni fa, raffigurano animali ormai scomparsi nel Sahara, scene di caccia e d'amore, dèi dalla testa d'uccello come quelli egizi, carri come quelli dei romani, persino enigmatiche figure dalle teste tonde simili a caschi spaziali che hanno fatto parlare di Atlantidei ed extraterrestri: la più ampia, suggestiva e misteriosa galleria d'arte a cielo aperto del mondo.

Sergio Bonelli

 

 


 


 
Il sito naturalistico-archeologico di Tassili degli Adjer e i suoi stupefacenti graffiti, ritratti dal vero e in due versioni fumettistiche. La vignetta che vedete qui sopra a sinistra è opera di Franco Bignotti, ed è tratta da Mister No n. 192; quella in alto porta invece la firma di Lucio Filippucci, ed è tratta da Martin Mystère n. 268. La caricatura di Sergio Bonelli è opera di Fabio Celoni.